L’età d’oro dell’Emiro (1993-2006)

SALIRO’… SALIRO’…

Scampato a Reggio Emilia il pericolo della retrocessione in serie B, nell’estate del 1992 l’avvocato Renato
Palumbi – che ha miracolosamente tenuto in vita la società nonostante una pesante situazione debitoria –
riesce a coinvolgere Giorgio Seragnoli, nome di spicco dell’imprenditoria bolognese e fin da giovane
tifoso Fortitudo. La squadra viene rafforzata con l’obiettivo di lottare per le posizioni di vertice della A2:
riconfermato a furor di popolo il Salvatore Teo Alibegovic, arrivano Max Aldi, Corradino Fumagalli e
Federico Pieri. Sotto canestro ci si affida al magrissimo ma esplosivo Dallas Comegys, miglior
rimbalzista del campionato a Sassari l’anno prima. Assieme a capitan Albertazzi, Andrea Dallamora e
Emiliano Neri, formano un roster che fin dalle prime giornate si colloca ai primi posti in classifica e fa
sperare la tifoseria in un ritorno in A1. Il meccanismo – dopo alcune vittorie esaltanti, prima fra tutte
quella di Forlì – però si inceppa a metà stagione. Coach Marco Calamai viene sostituito dal suo vice, il
compianto Dario Bellandi, poche giornate prima dell’avvio dei playoff per la promozione, che iniziano in
modo altalenante, tanto da lasciare la Mangiaebevi fuori dalla lotta per le prime due posizioni. Poi, una
serie di vittorie inaspettate e un incrocio di risultati favorevoli, portano la Fortitudo a giocarsi tutto nelle
ultime due partite lungo la Via Emilia: la prima, a Modena, dove si assiste ad un ennesimo esodo di tifosi
che riempono il PalaPanini in ogni ordine di posto. Vinta quella, la domenica dopo si gioca un vero e
proprio spareggio per la A1 contro la Marr Rimini. Chi vince sale, chi perde resta in A2. Il 9 maggio è già
esplosa un’estate anticipata e dentro al Palazzo la temperatura è a dir poco… torrida. Anche perchè – e non
succedeva da qualche anno – gli spalti sono gremiti e tutti i fortitudini, vecchi e nuovi, sono lì per
spingere la squadra alla vittoria. E’ una partita dura, nervosa. Nessuna delle due squadre riesce a prendere
un vantaggio importante e il finale è punto a punto. Sull’ultimo attacco di Rimini viene fischiata
un’infrazione di tre secondi al pivot riminese Israel e sulla rimessa Dallamora, il migliore in campo, lancia
uno sfinito Comegys nell’ultima cavalcata solitaria, chiusa con una schiacciata sulla sirena che dà il via ad
una delle più festose invasioni di campo che la storia della Effe ricordi.
La Fortitudo è di nuovo in A1, un anno dopo aver rischiato di scomparire per sempre. La gioia si mescola
allo stupore nelle facce di chi si abbraccia in campo e sulle tribune, tutti grondanti di sudore ma orgogliosi
di non aver mai perso la propria fede nonostante quello che fino a quel momento è stato il periodo più
difficile della storia dell’Aquila biancoblu.

ATTENZIONE A VINCENZINO

L’anno dopo si vogliono gettare le basi per una Fortitudo che non corra più i rischi degli anni
dell’ascensore. Il nuovo GM, il compianto Maurizio Albertini, irrobustisce l’organico con gli arrivi del
pivot Dan Gay, del play Andrea “Micio” Blasi, del giovane centro reggiano Roberto Casoli e soprattutto
della funambolica guardia casertana Vincenzino Esposito, forse il più grande talento offensivo di tutti i
tempi del basket italiano. In panchina siede un giovane coach emergente, Sergio Scariolo, che ha già vinto
uno scudetto a Pesaro ed è reduce da ottime stagioni in quel di Desio.
Mentre si sognano già piazzamenti nelle prime posizioni del campionato, arriva la tegola di una
penalizzazione di 6 punti per un presunto “premio a vincere” promesso ai modenesi la stagione prima
perchè battessero Rimini, favorendo così il riaggancio della Fortitudo. Le prospettive devono essere
ridimensionate: i playoff diventano un miraggio lontano e tutti, a questo punto ritengono che la salvezza
sia l’unico traguardo sperabile. Invece – ma è già avvenuto altre volte nella storia della Effe – i presagi
funerei vengono smentiti sorprendentemente.
La squadra recupera in fretta il -6 e vince, convince e diverte. Esposito è l’eroe del momento, inventandosi
raffiche di canestri che ribaltano l’inerzia di molte partite. Si conquistano i due punti in casa e fuori, a
Cantù, a Reggio Emilia a Pistoia, dove Vincenzino – dopo un primo tempo scialbo da zero punti a
tabellino – si scatena nella ripresa in trance agonistica: è proprio quel giorno che gli viene affibbiato il
soprannome di El Diablo che lo accompagnerà per il resto della sua carriera.
Quando Esposito per una polmonite deve saltare sei partite, è Corradino Fumagalli – suo compagno in
campo e fuori di scherzi memorabili, di cui cadono vittima principalmente il masseur Abele Ferrarini e
Dan Gay – a trasformarsi in bomber, viaggiando in quel mese e mezzo a quasi 30 punti di media.
Così, con tante gioie, molto divertimento e solo qualche magone – uno fra tutti, il derby di andata perso in
modo a dir poco sospetto per mano dell’arbitro Reatto – la squadra raggiunge incredibilmente il sesto

posto e la qualificazione per la Coppa Korac per l’anno successivo.
Il campionato 1994-95 si apre con molte novità nel roster: si cambia assetto, lasciando libero Dallas
Comegys e acquistando da Verona il giovane lungo Alessandro Frosini. In cabina di regia arriva Sale
Djordjevic da Milano – già vincitore di una Coppa dei Campioni con il Partizan di Belgrado – al posto di
Fumagalli. Da Trieste giunge Claudio Pilutti, che prende il ruolo di esterno fin lì occupato da Andrea
Dallamora. La Fortitudo scala le posizioni di classifica fino al secondo posto, arrivando anche, per la
prima volta nella sua storia, ad occupare la prima posizione solitaria dopo una memorabile vittoria a
Verona. Nei playoff si ferma in semifinale, battuta dalla Benetton Treviso, ma l’impressione generale è che
si tratti di una squadra e di una società in grande crescita e che presto arriveranno i trofei che i fortitudini
aspettano da quasi trent’anni.

CARLTON MYERS NUMERO UNO

L’anno dopo sembra quello buono: il cambiamento più eclatante è l’arrivo di Carlton Myers al posto di
Vincenzino Esposito, che sceglie di tentare l’avventura in NBA con Toronto. Per il resto la squadra è
sostanzialmente quella della stagione precedente, ma Myers è straripante per forza fisica e intensità,

quando vuole anche difensiva. Si arriva così ad una terribile semifinale con Treviso, conclusa solo in gara-
5 in un PalaMalaguti stracolmo di 9000 tifosi (il PalaDozza è chiuso per ristrutturazione), con le

indimenticabili immagini del “Lungo”, lo speaker della Effe, che balla indemoniato sul tavolo degli
ufficiali di gara, circondato da un intero popolo in festa. Per la prima volta la Fortitudo conquista una
finale scudetto e sembra che niente possa fermarla nella corsa verso il tricolore. Purtroppo, le cinque
partite contro i trevigiani hanno spremuto la squadra. Milano – squadra molto forte con grandi campioni
come Bodiroga, Blackman e Fucka – arriva invece alla finale al massimo della forma e molto più riposata
dei bolognesi. 3-1 per Milano e sogni di gloria rimandati all’anno successivo. Ma sembra essere solo
questione di tempo…
Per il campionato 1996-97 la Fortitudo decide di cambiare nuovamente nei ruoli chiave: come centro
arriva il compianto Conrad McRae, uno dei giocatori più spettacolari che si siano visti in Italia. In regia
(ahi, ahi) si lascia partire Sale Djodjevic per Barcellona, sostituito da un onesto comprimario della NBA,
il bianco play John Crotty. Tutta altra musica e infatti dopo poche giornate viene rimpiazzato da una
guardia americana, Eric Murdock, che purtroppo tutto è tranne un playmaker. A pagare il prezzo di
risultati altalenanti è anche Sergio Scariolo, che lascia la panchina della Fortitudo. Il suo posto viene preso
da Il Vate della pallacanestro nazionale, Valerio Bianchini, capace già di vincere scudetti e coppe
internazionali su tre panchine diverse, a Cantù, a Roma e a Pesaro. Nonostante i forse troppi cambiamenti
in corsa, la Fortitudo raggiunge di nuovo la finale scudetto, questa volta contro la Benetton Treviso di
Williams, Rebraca e Pittis. In gara -4 la Teamsystem ha la possibilità di chiudere la serie, ma dilapida un
vantaggio in doppia cifra a cinque minuti dalla fine. Nel finale punto a punto Myers e Murdock hanno per
quattro volte il tiro della vittoria, ma sopra il canestro sembra esserci un coperchio. Niente da fare,
supplementari e vittoria dei trevigiani propiziata da un’incredibile bomba di Pittis, che in tutta la sua
carriera ne avrà messe tre al massimo. In gara-5 si è sempre a rincorrere e alla fine, nonostante i 41 punti
di un Myers galattico, si torna a Bologna con un’altra… medaglia d’argento. Qualcuno comincia a pensare
che vi sia una maledizione.

LA GUERRA DEI MONDI

L’estate è uno spettacolo di fuochi artificiali: Virtus e Fortitudo duellano sul mercato a colpi di miliardi di
lire, cercando di accaparrarsi i più forti giocatori italiani e stranieri che non giochino in NBA. Tra i
bianconeri torna Sasha Danilovic, dopo alcune stagioni a Dallas. In via San Felice sbarca il play David
Rivers e il leggendario Dominique Wilkins. Si apre un’asta forsennata per strappare Fucka a Milano e alla
fine la spunta Seragnoli con un’offerta altissima. Sono le due squadre più forti d’Europa e finiranno per
scontrarsi su tutti i fronti per l’intera annata.
Il duello inizia con la Coppa Italia, le cui finali a quattro si giocano a Casalecchio. La Fortitudo spazza via
i cugini in semifinale e il giorno della finalissima – il 1° febbraio 1998 – deve affrontare la Benetton
Treviso, in un Palamalaguti mai così pieno e ribollente di spasmodica attesa. Partita equilibrata nel primo
tempo, dominio assoluto biancoblu nella ripresa e larga vittoria. Quando Carlton Myers alza la coppa in

mezzo al campo, attorno a lui non ci sono solo migliaia di tifosi impazziti, c’è la gioia di tutto un popolo
che ha aspettato per più di trent’anni che si aprisse la bacheca.
Quando le due squadre bolognesi si incontrano il mese dopo nei quarti di Eurolega si ha subito la
sensazione che chi ne uscirà vincitrice conquisterà poi anche la Coppa. Passa la Virtus, dopo una
memorabile rissa da Far West in gara-1, che infatti vincerà la sua prima Eurolega nelle final four a
Barcellona.
La finale scudetto del 1998 riserva poi ai fortitudini la delusione più cocente. Ovviamente Virtus e
Fortitudo arrivano in scioltezza alle cinque partite che assegnano in titolo, disponendo facilmente degli
avversari nei turni prelinari. La Teamsystem – che nel frattempo ha sostituito Bianchini con Pero Skansi
in panchina – ha più volte il colpo del KO a portata di mano: vince gara-1 e gara-3 fuori casa, ma spreca le
partite interne, soprattutto in gara-4 quando si presenta a pochi minuti dalla fine con un vantaggio in
doppia cifra. Gara-5 ha una storia identica: vantaggio rassicurante a cinque giri di lancetta dalla sirena e
ancora avanti quando mancano pochi secondi alla fine. Qui Danilovic – con la complicità di un pollastro
Wilkins e di un arbitro Zancanella che fischia il gesto più che un reale contatto – imbuca il famoso “tiro
da quattro”. Ai supplementari la Kinder dilaga, quando già molti suoi tifosi sono al parcheggio rassegnati
per la sconfitta. E’ la terza finale consecutiva persa, certo la più amara. Pare davvero una maledizione,
L’anno successivo la corsa della Fortitudo si ferma in semifinale con Treviso, con Marconato che stoppa
Karnishovas all’ultimo tiro. Non ci sono più Rivers e Wilkins, Jack Galanda è andato in prestito a Varese –
dove darà un contributo fondamentale alla conquista dello scudetto in una squadra dove folleggiano
Pozzecco e Meneghin jr. – e oltre all’ala lituana arriva un giovane serbo arci-convinto dei propri mezzi:
Marko Jaric. In regia viene preso il croato Damir Mulaomerovic. Dan Gay gioca ormai da tempo come
italiano, sotto le plance arriva l’inglese Andrew Betts. Da Reggio Emilia viene prelevato a metà stagione
Gianluca Basile, dopo uno scambio con Roberto Chiacig. Le soddisfazioni maggiori arrivano
dall’Eurolega, dove la Fortitudo – dopo quattro splendide partite con Panathinaikos e Real Madrid –
conquista per la prima volta le final four, che si disputano a Monaco di Baviera. La corsa, manco a dirlo,
si ferma in semifinale contro la Virtus campione in carica, che poi abdicherà al titolo contro lo Zalgiris
Kaunas.
Nell’estate c’è però tanta Fortitudo nella nazionale italiana che, battendo la Spagna, conquista a Parigi il
campionato europeo: Myers, Fucka, Galanda, Basile e Damiao tornano a casa con la medaglia d’oro al
collo, a conferma di un gruppo a cui manca solo la vittoria in campionato per la definitiva consacrazione.

FINALMENTE …. CAMPIONI

Per il campionato che chiude il XX secolo, la Teamsystem si attrezza con una formazione fortissima, forse
la migliore di tutta la sua storia: confermati Myers, Karnishovas, Dan Gay, Pilutti, Fucka, Jaric, Basile e il
riminese Max Ruggeri. Da Varese torna Galanda e sotto canestro viene ingaggiato il centro croato Stojko
Vrankovic (ben presto ribattezzato Zio Bello dalla tifoseria), già campione d’Europa con il Pana. E’ il
tassello che mancava per rendere praticamente imbattibile una squadra già forte,“la migliore che io abbia
mai allenato” dirà Charlie Recalcati, che arriva da Varese con il fresco tricolore conquitato. In Italia non
c’è storia, almeno fino alla serie finale per lo scudetto, che si apre con una sconfitta interna contro la
Benetton Treviso. Le facce dei giocatori e del pubblico sono sconcertate. Dopo aver dominato la stagione,
alla maledizione che sembra incombere sulla Fortitudo cominciano a crederci un po’ tutti. Qui Recalcati e
il suo vice Massimo Magri si inventano una soluzione che potrebbe sembrare un azzardo: fuori per
infortunio Karnishovas, vengono schierati assieme in quintetto Vrankovic, Fucka e Galanda, che è il più
piccolo con i suoi 2 metri e 10 di altezza. La duttilità in attacco dei due lunghi italiani, che possono
giocare indifferentemente vicino o lontano dal canestro, non stravolge gli schemi d’attacco. In difesa, con
Zio Bello in mezzo all’area, il trio forma un vero proprio muro, contro il quale le penetrazioni di Tyus
Edney, che hanno deciso il primo match, fanno molta fatica a fare danni. Treviso ci capisce poco o nulla,
la Teamsystem sbanca il Palaverde in gara-2 e ribadisce al PalaDozza il sabato dopo. Il 30 maggio 2000
almeno 1500 fortitudini riescono ad entrare in un qualche modo nel palasport veneto, con l’aria di chi sa
che qui si sta facendo la storia. Anche Jaric è praticamente inutilizzabile – giocherà solo qualche minuto
con un braccio solo – ma la Fortitudo è talmente più forte che potrebbe vincere anche…giocando in
quattro. Gregor Fucka è l’eroe della serata, imprendibile per tutti i lunghi biancoverdi. Quando comincia il
count-down, Fabrizio Pungetti lancia il suo grido ripetuto e strozzato “Campioni d’Italia, campioni
d’Italia”, mentre a Bologna, chi non ha potuto andare a Treviso ha riempito il PalaDozza e poi si riversa

nelle strade e nelle piazze per una festa che finirà solo il giorno dopo, con la classica – per un bolognese –
ascensione a piedi dei tifosi alla Basilica di San Luca, con in testa Stojko Vrankovic, come ringraziamento
per una gioia attesa tanti, troppi anni.

TRA DUE SCUDETTI

L’anno dopo non si ripetono i successi del 2000 e questo nonostante la Fortitudo riesca ad ingaggiare,
dopo un’altra asta forsennata con la Virtus, quello che viene da molti ritenuto il miglior giocatore italiano
di quel momento. Sul mercato ci sono Andrea Meneghin – eletto nel 1999 MVP degli Europei di Parigi – e
Manuel Ginobili, fresco di una ottima stagione a Reggio Calabria. Chi non si aggiudica il primo dovrà
ripiegare sul secondo. La spunta anche stavolta Seragnoli, ma Meneghin non riuscirà mai, anche per una
serie di problemi fisici, ad essere quel fattore decisivo che tutti si aspettavano. Vengono raggiunti i quarti
di Eurolega e la finale scudetto, ma in entrambe le occasioni è una Virtus fortissima – quella del Grande
Slam – a spegnere le speranze biancoblu. Un ciclo è finito: Myers, dopo sette stagioni, lascia Bologna ed
è significativo che nell’ultima partita giocata in casa bianconera al Palamalaguti tutto il pubblico, in larga
maggioranza virtussino, si alzi in piedi al suo rientro in panchina per tributargli il giusto riconoscimento
dopo anni di battaglie in campo.
Le stagioni successive segnano un progressivo ridimensionamento dell’investimento finanziario di
Giorgio Seragnoli, pur restando sempre tra i maggiori in Italia e comunque la squadra resta ai vertici della
pallacanestro nazionale ed europea. E’ un triennio, quello che va dal 2002 al 2004, nel quale la Fortitudo
arriva per tre volte consecutive alla finale scudetto (perdendo in due occasioni contro Treviso ed in una
con Siena) e per la prima volta nella sua storia ad una finale di Eurolega nel 2004 a Tel Aviv contro il
fortissimo Maccabi. Si tratta di un periodo comunque vincente, impreziosito dall’arrivo di giocatori che
entreranno nella leggenda recente della Effe. Solo per citarne alcuni: dall’ex acerrimo nemico Zoran Savic
– prima come giocatore nel 2001-2002 e poi come GM – a Gianmarco Pozzecco, da Milos Vujanic a
Matjaz Smodis, da Thomas Van Den Spiegel a Carlos Delfino, da Emilio Kovacic a Erazem Lorbek.
Gianluca Basile, diventato capitano, è il filo conduttore e il leader di queste squadre. Lui, che insieme al
“Poz”, trascinerà nel 2004 anche la nazionale italiana al più grande risultato della sua storia: l’argento
olimpico di Atene. In panchina, dopo una stagione e mezza guidata da Matteo Boniciolli, nel 2002 sbarca
a Bologna Jasmin Repesa, forse l’allenatore più amato e rispettato dai tempi di Beppe Lamberti. Nei
quattro anni passati sulla panchina della Fortitudo non solo raggiunge risultati di grande rilevanza, ma con
il suo carisma dà l’impronta alle sue squadre, caratterizzate da una difesa arcigna e da un’intensità di gioco
straordinaria.

QUANDO NESSUNO SE LO ASPETTAVA…

Il campionato 2004-2005 sembra nei pronostici molto simile a quelli che lo hanno preceduto. La squadra
è buona, ma certo non è la favorita principale per la corsa al titolo. Carlos Delfino ha scelto di tentare
l’avventura americana e al suo posto viene scelte Ruben Douglas, uno strano tipo di giocatore, sempre
allegro, molto duttile, che si spera non faccia troppo rimpiangere l’argentino, capace di essere spesso
protagonista anche a rimbalzo. Arriva come centro Dalibor Bagaric, statuario e dai movimenti non troppo
fluidi. Ore e ore di allenamenti individuali con Repesa lo faranno diventare un fattore importante sia in
attacco, sia in difesa. Vi sono due giovani di belle speranze: Stefano Mancinelli – ormai da anni nel
mondo Effe – e Marco Belinelli, strappato l’anno prima ad una Virtus in piena crisi finanziaria ed
estromessa dal campionato. Del quintetto che ha raggiunto la finale di Tel Aviv sono rimasti il “Baso”,
Pozzecco, Vujanic e Smodis, più un ancora giovanissimo Lorbek. Insomma, una bella compagine, con
qualche incognita ma con uno spirito da vera Fortitudo, che nella fase eliminatoria dell’Eurolega produce
al PalaDozza, contro l’Efes Pilsen, quelli che per molti sono i dieci minuti più esaltanti che una squadra
della Effe abbia mai fatto vedere: 37-11 e pubblico tutto in piedi ad applaudire una banda di dieci
giocatori a dir poco assatanati.
Sul finire della stagione regolare, dopo l’ennesimo scontro a muso duro, Jasmin Repesa decide di mettere
fuori squadra Pozzecco. Alla prima partita di playoff Milos Vujanic si infortuna gravemente ad un
ginocchio. Così, nel giro di poche settimane, la Fortitudo si ritrova senza i due playmaker titolari e sembra
che tutti i sogni di gloria debbano essere riposti nel cassetto. Invece, come già tante volte accaduto in
passato, la squadra si compatta nella difficoltà e, passo dopo passo, partita dopo partita, acquista fiducia
nei propri mezzi pur in una situazione di emergenza. La difesa diventa l’arma in più, Basile ritorna a fare il

play e praticamente senza cambi è costretto a giocare quasi 40 minuti ogni volta. Questo non gli
impedisce di essere sempre decisivo, come nella bomba che decide gara-4 a Roma in seminale e che
lancia la Fortitudo nella finale scudetto, dove trova Milano – assetata di vittoria, non vincendo il titolo da
1996 – guidata da un sempiterno Sale Djordjevic. Quando si dice il destino.

INSTANT REPLAY… E POI TUTTI IN PIAZZA

Sull’ 1-1 gara-3 a Bologna diventa uno snodo determinante. Qui, dal cilindro di Repesa esce un
miracoloso Rodolfo Rombaldoni che, su una gamba sola (si è stirato una coscia) si inventa una partita
incredibile, mettendo i canestri più importanti quando i suoi compagni sono ormai in evidente debito di
ossigeno.
Si torna a Milano per la quarta partita della serie e come è andata a finire non c’è bisogno di raccontarlo,
perchè quello di Ruben Douglas da metà campo sulla sirena è il canestro più celebre di tutta la storia non
solo della Fortitudo, ma del basket italiano. Ogni appassionato ricorda i lunghi minuti di attesa mentre gli
arbitri consultano le immagini dell’ instant replay per verificare se il canestro sia valido o meno, con
Basile e Smodis sfiniti e piegati in preghiera sul parquet. Tutti ricordano le tre dita alzate dell’arbitro
Pallonetto che significano scudetto Fortitudo, il secondo della sua storia. “La Fortitudo che non vince mai
non esiste più!” urla la voce di Fabrizio Pungetti in telecronaca. Un canestro, un solo canestro, cancella di
colpo tutte le amarezze patite, le retrocessioni, le finali perse, il tiro da quattro, tutte le volte che è
sembrato che nel destino della Effe mancasse sempre un soldo per fare una lira.

DOPO LO SCUDETTO, UNA GIOVANE E BELLA FORTITUDO

Si riparte con lo scudetto sulla maglia e con una squadra rinnovata per l’ennesima volta: Basile parte per
Barcellona, Ruben Douglas per Mosca. Il Poz e Vujanic non ci sono più. Teo Alibegovic – il nuovo GM –
punta sui giovani e su giocatori che abbiano già esperienza del campionato italiano. Belinelli e Mancinelli
vengono promossi in quintetto. In regia arriva Kiwane Garris da Reggio Emilia. Il tuttofare Nate Green e
il solido centro Travis Watson completano il roster, con la ciliegina di Sani Becirovic che torna a Bologna
dopo aver provocato con il suo lodo il tracollo della Virtus. Nonostante le tante novità, Repesa riesce ad
amalgamare un gruppo di grande forza agonistica e tecnica. Belinelli diventa il primo terminale offensivo,
a soli 19 anni, e ripaga la fiducia del coach con prestazioni straordinarie. Dopo aver vinto la Supercoppa
italiana al Paladozza, la squadra conquista anche la prima posizione in regular season. Viene aggiunto in
corsa un semisconosciuto esterno francese, Yakouba Diawara, che nei primi allenamenti in palestra fa
sospettare di … non vederci troppo bene. Infatti i dottori Quadrelli e Sgarzi trovano subito il rimedio: due
belle lenti a contatto e il colored d’oltralpe diventa un formidabile tiratore da tre, oltre che essere un
ragazzo di grande ed immediata simpatia.

BATTI NAPOLI … E POI MUORI

La semifinale scudetto con Napoli resta una delle pagine più epiche della recente storia biancoblu. Cinque
partite tiratissime, giocate qui e là in un clima rovente, al limite dell’aggressione fisica a giocatori, tecnici
e dirigenti. I partenopei hanno un quintetto fortissimo, in cui brilla la stella del play Lynn Greer. Seppure a
fatica le due squadre mantengono il fattore campo nei primi tre scontri. In gara-4 a Napoli volano… le
fioriere e la partita si gioca in una situazione che chiamare difficile sarebbe un eufemismo. Gara-5 al
PalaDozza deciderà quindi chi arriverà alla finale scudetto. Che aria tiri lo si capisce anche nel prepartita,
dove l’elettricità sugli spalti è già ai massimi livelli ben prima della palla a due. Il presidente Maione è
costretto a lasciare la tribuna ricoperto da fischi e insulti di ogni genere, in un’atmosfera come da anni non
si viveva, nemmeno nei derby. La partita in realtà dura pochi minuti: Marco Belinelli sfodera una
prestazione che nessuno potrà mai dimenticare, gonfiando la retina napoletana da ogni posizione e da ogni
distanza. Dopo l’ennesima tripla affianca il francese Morandais, che aveva danzato in campo pochi giorni
prima irridendo gli avversari e gli grida più volte “Dance now!”. La Fortitudo conquista l’ennesima finale
scudetto, è la decima negli ultimi undici anni, ma solo in due occasioni ha conquistato il titolo e anche
questa volta dovrà accontentarsi del secondo posto.
Treviso arriva molto più fresca agli scontri decisivi, la Climamio ha speso troppe energie fisiche e nervose
in semifinale. Gara-1, complice anche un arbitraggio troppo protettivo verso i biancoverdi, vede la
Benetton espugnare il PalaDozza. Tre giorni dopo la serie appare già segnata sul 2-0 per i veneti. Colpo di
coda bolognese in gara-3 ed a Treviso la Fortitudo lotta punto a punto fino alla fine, quando il missile
sparato da Diawara quasi da metà campo si spegne sul ferro al suono della sirena. Il miracolo di Milano

non si ripete, anche se è ci è mancato davvero poco. Peccato, perchè quella squadra avrebbe meritato di
chiudere l’era dell’Emiro con un altro successo.

CIAO GIORGIO E GRAZIE DI TUTTO

Finisce un altro ciclo. Si è concluso da pochi giorni il campionato e comincia a circolare la notizia
dell’intenzione di Giorgio Seragnoli di vendere la società. I tifosi organizzano anche un corteo per
chiedergli di non mollare, ma ormai la decisione è presa. La proprietà passa a Michele Martinelli, un
nome ben noto e molto controverso nel basket italiano. I tempi dei grandi investimenti, delle aste
miliardarie, delle spese esorbitanti anche nella gestione della società, sono finiti da un pezzo ma la
Fortitudo non si può più permettere nemmeno la gestione più oculata e meno dispendiosa delle ultime
stagioni. Dopo tredici anni, due scudetti, una Coppa Italia, due Supercoppe italiane, due final four di
Eurolega e dieci finali scudetto, Giorgio Seragnoli se ne va, in silenzio come era arrivato. Tutti i tifosi gli
sono comunque riconoscenti, perchè ha permesso ai fortitudini di raggiungere traguardi che nessuno
poteva immaginare quarant’anni prima, quando l’avventura era cominciata. Adesso si riparte:
ridimensionare per sopravvivere è l’obiettivo. Già, sopravvivere.