I Remember… “Picchio” Orlandi racconta come è nata la “febbre da derby”

I Remember… “Picchio” Orlandi racconta come è nata la “febbre da derby”

Abbiamo incontrato Giampaolo Orlandi – per tutti sempre e solo “Picchio” – per farci raccontare l’epopea dei primi derby Fortitudo-Virtus, come nacque e progressivamente crebbe l’importanza della stracittadina, fino a diventare uno dei grandi appuntamenti della pallacanestro italiana e non solo bolognese. Nessuno meglio di lui può oggi testimoniare il clima che si respirava in quei primi anni di confronti con le V nere. Per i più giovani basti ricordare che “Picchio” è il giocatore che in assoluto ha vestito per più stagioni la maglia della Fortitudo, dal 1962 al 1978 (ben 15, di cui 11 in serie A), 284 presenze, 1799 punti segnati e ben 22 derby disputati, con un high di 20 punti nella prima sfida del campionato 1968-69.

Picchio, come è nata a Bologna la “febbre per il derby”?

– I primi anni non c’era tutto questo interesse per la stracittadina. Noi arrivammo alla serie A nel 1966 e la stragrande maggioranza dei tifosi seguiva la Virtus. Se si guardano le foto dei primi derby non c’era il Palazzo pieno, anche se ad ogni partita erano sempre di più i giovanissimi che venivano a tifare per noi. La svolta arrivò nel 1969: prima ci fu il derby che vincemmo senza Gary, che era a bordo campo in carrozzina con la gamba ingessata (era da poco stato operato al menisco) e faceva un … casino infernale.

Tu quella partita non la finisti…

– E’ vero. In tutta la mia carriera venni espulso una sola volta, proprio in quella partita. Ci fu uno scontro a terra tra Cavallini e Skalecky, l’americano della Virtus e io mi buttai sulla sua schiena per tenerlo fermo. Entrarono tutti in campo, giocatori, allenatori e dirigenti, Lamberti e Parisini in prima fila e venimmo espulsi tutti e due. Stavamo già giocando senza il nostro americano, ma i miei compagni fecero un’impresa eccezionale e così quell’anno per la prima volta vincemmo entrambi i derby e arrivammo in classifica davanti ai virtussini.

Poi, sempre nel 1969, pochi giorni prima di Natale, ci fu il “derby di sangue”…

Sì, fu una partita epica e da lì il derby divenne un fatto che coinvolse tutta la città. Loro erano i grandi favoriti, avevano preso una prima scelta dai college, Terry Driscoll, che era un bravissimo ragazzo ma che si trovò incastrato nell’atmosfera di rivalità che sempre più si respirava a Bologna. Quando arrivò all’aeroporto, i giornalisti gli dissero subito che sotto le Due Torri avrebbe dovuto rivaleggiare con Gary “Baron” Schull e lui, del tutto candidamente, confessò di non conoscerlo. Il giorno dopo i giornali, che non vedevano l’ora di marciarci un po’ sopra, titolarono “Gary Schull? E chi è?” e noi non mancavamo di ricordarlo sempre al Barone, di fargli vedere le pagine di quei quotidiani. Gary fingeva indifferenza ma in realtà era molto permaloso e aspettava il derby di Natale per fargli conoscere chi lo stava attendendo al varco. Quel giorno al Palazzo ci saranno state almeno novemila persone. Durante il secondo tempo Gary ebbe uno scontro di gioco con Buzzavo e il sangue cominciò a colargli dal volto fin sulla maglia. Tornò in campo come una belva inferocita – allora non ti costringevano ad uscire se eri ferito – travolgendo tutto e tutti in completa trance agonistica. Alla fine vincemmo contro ogni pronostico e lui venne portato in trionfo, immortalato in quella foto che tutti conoscono, anche i ragazzini che oggi vengono al Palazzo per le prime volte.

Come preparava un derby Beppe Lamberti?

– Tatticamente come ogni altra partita, con il vantaggio che quelli della Virtus li conoscevamo meglio. Lui ci aveva abituati a preparare scrupolosamente ogni incontro, era un innovatore che ad esempio introdusse la zone-press quando nessuno in Italia ancora la faceva. Sotto l’aspetto “motivazionale” il derby si preparava il sabato sera… a casa sua. Si mangiava assieme, si giocava a carte e intanto di cosa avremmo potuto parlare? Del derby del giorno dopo, naturalmente, così ci caricavamo a vicenda…

I rapporti con i “cugini” com’erano?

– In realtà erano pochi quelli che ci stavano davvero sull’anima. Con Zuccheri, Serafini, Cosmelli – che quasi sempre dovevo marcare io e che era un ragazzo buonissimo – avevamo buoni rapporti. Però ricordo che la settimana che precedeva il derby quando ci incrociavamo al Palazzo prima o dopo gli allenamenti, non li salutavamo neanche, così cercavamo di mettere loro pressione, di far loro capire che li stavamo aspettando. Per noi della Fortitudo vincere il derby era l’obiettivo principale della stagione: non potevamo certo lottare per lo scudetto e in genere ci salvavamo con tre-quattro giornate di anticipo. Così battere la Virtus valeva tutto un campionato.

Quale è stato l’avversario che più vi ha messo in difficoltà?

– Sicuramente John Fultz, che oltre ad essere un tiratore molto bravo aveva una serie di movimenti molto belli vicino a canestro, tiri in semigancio, ecc. Così se lo marcava un lungo lo portava fuori e lo batteva in velocità, se lo davamo ad uno più piccolo di lui, si metteva spalle a canestro e diventava immarcabile.

Poi, con il tempo, i derby sono cambiati…

– La rivalità tra i tifosi crebbe progressivamente, ma forse i giocatori sentivano meno il derby. I primi anni la maggior parte di noi era nata o cresciuta a Bologna, poi man mano arrivarono nuovi compagni da altre città che non sempre entrarono subito nel clima della rivalità tra le due squadre. La pallacanestro stava cambiando, diventava sempre più professionistica. In Fortitudo all’inizio tranne me e Paolino Bergonzoni che studiavamo, gli altri lavoravano tutti. Il giovedì sera a fine allenamento ci giocavamo la pizza e facevamo le squadre scegliendo i compagni a pari o dispari come si faceva al campetto. Poi quando arrivò il professor Nikolic capimmo che l’età dell’innocenza stava finendo.

Tu, tranne la parentesi di un anno a Rimini, hai giocato fino al 1978 in Fortitudo

– Sì, feci gli ultimi due anni con quell’uomo adorabile che era John McMillen. Il 1977 fu un anno straordinario, arrivammo terzi in campionato e in finale di Coppa Korac, quella sera “famosa” di Genova. Poi la stagione successiva la società volle fare dei cambiamenti. Noi adoravamo Fessor Leonard e ci innamorammo subito di Connie Hawkins, poi alla fine restò Carlos Raffaelli e presero Jeff Cummings. Ci salvammo a fatica e in una partita decisiva contro Pesaro, John mi mise in campo a pochi minuti dal termine. Segnai i due canestri che ci permisero di vincere in volata e un giornalista pesarese scrisse “Va bene perdere, ma per mano di uno che giocava già ai tempi di Riminucci…”. Ho ancora quel ritaglio di giornale.

Come pensi che finirà venerdì?

– La Virtus sta giocando bene, sono in testa alla classifica e sono i favoriti. Però ai nostri tempi ci capitava spesso di ribaltare il pronostico nei derby e anche se sono passati più di quarant’anni spero che i ragazzi che andranno in campo venerdì abbiano ancora un bel po’ di “spirito Fortitudo”. Per noi non è mai stata una partita come le altre e credo che per un vero fortitudino non lo sarà mai.

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