I Remember… Gek Galanda racconta Treviso, 30 maggio 2000

I Remember… Gek Galanda racconta Treviso, 30 maggio 2000

Domenica prossima la Fortitudo scende in campo a Treviso, in quello che è certamente un big-match tra due delle grandi favorite del campionato, che già l’anno scorso si sono ritrovate a giocarsi l’accesso alla finale.

Treviso, crocevia di infiniti scontri cestistici dal 1996 al 2003 con la Effe del periodo d’oro dell’Emiro e il PalaVerde, dove la Fortitudo conquistò il suo primo scudetto in gara-4 il 30 maggio 2000.

Gek Galanda, oggi dirigente a Pistoia dove ha concluso la sua lunga carriera, ma quel giorno protagonista in campo con la maglia biancoblu, ci ha con molto piacere raccontato i suoi ricordi di quella indimenticabile gioia:

Era un basket molto diverso da quello di oggi. Le squadra venivano costituite da un gruppo stabile di giocatori e ogni anno se ne cambiavano al massimo un paio, un americano… così si finiva per incrociare sempre gli stessi avversari. Treviso era sempre lì, nelle prime, l’anno precedente a Varese – dove ero in prestito – l’avevamo battuta in finale e nel 2000 era ancora lì a giocarsi lo scudetto, questa volta contro la Fortitudo. Ma i loro più forti erano sempre gli stessi: Pittis, Marconato, Nicola e avevano aggiunto Edney, che in gara-1 di finale ci fece impazzire

A proposito di gara-1 al PalaDozza, tu ricordi l’atmosfera di “maledizione” che regnava dopo quella sconfitta?

Sì, ricordo benissimo che salii in macchina da solo dopo la partita e misi le mani sul volante senza girare la chiave per almeno dieci minuti. Non ci potevo credere, forse era vera la storia della maledizione che pendeva sulla testa della Fortitudo.  Avevamo dominato la regular season con solo tre sconfitte, eravamo imbattuti nei playoff ed eravamo caduti proprio nel momento più importante. Però ricordo anche che mi ripresi subito dopo, perchè ero convinto che fossimo più forti, fisicamente e tecnicamente. Ci saremmo ripresi e Charlie con la sua esperienza e serenità ci infuse grande fiducia in noi stessi.

Recalcati che, dopo gara-1 e vista l’assenza di Karnishovas, tirò fuori dal cilindro il quintetto con i tre lunghi, tu, Fucka e Vrankovic.

Era una soluzione che avevamo provato in regular season per qualche spezzone di partita, ma in gara-2 scompaginò i piani tattici di Treviso. In quel modo diventavamo quasi insuperabili in difesa e in attacco, potendo giocare sia io, sia Grega lontano dal canestro, loro non sapevano più come marcarci.

Gara-2 fu la svolta della finale?

Lì girò l’inerzia della serie e ci convincemmo che eravamo davvero i più forti. Ricordo che Carlton – che non era un tipo facile – a fine partita venne da me e mi disse “Gek, sei veramente un grande”. Ci abbracciammo e da lì tutti i piccoli problemi che potevano esserci stati tra noi scomparvero di colpo e per sempre.

Vrankovic aveva davvero quell’enorme carisma in campo e fuori che noi percepivamo dagli spalti?

Stojko in realtà non era quel musone che tutti credevano, diciamo che un po’ ci marciava. In ritiro a Folgaria quando arrivò non parlò per quattro giorni e noi ci dicevamo “Mamma mia, ma chi ci siamo messi in casa?”. Poi dopo appunto quattro giorni, sentimmo la sua voce che ci diceva “Venite, offro da bere a tutti” e da quel momento il rapporto fu bellissimo. Lui era enorme, come carisma ma anche … come altezza. Noi pensavamo di essere lunghi, ma lui sì che lo era davvero, sembrava non finire mai…

Veniamo a quel 30 maggio, a gara-4. Che ricordo hai?

Come ha detto Velasco, chi perde spiega, chi vince festeggia. E io, più che la partita – che anche quando eravamo sotto nel primo tempo sapevamo che avremmo vinto – ho in mente la festa dopo la sirena, con i tifosi in campo, anche se il primo scudetto sarebbe stato bello vincerlo a Bologna. Ricordo che alla cena  prendemmo il padrone dell’albergo e lo gettammo in piscina, per sfotterlo che Treviso aveva perso. Poi ovviamente ricordo quando arrivammo a Bologna, con tutta quella gente che ci aspettava nella notte, il pullman che non riusciva a muoversi e i tifosi che volevano salire per abbracciarci. Ma la festa l’avevamo dentro di noi, avevamo sconfitto “la maledizione” e quella era la gioia più grande che avremmo potuto provare.

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